Gerboise bleue, il nome in codice che gli uomini del generale de Gaulle diedero al loro primo test nucleare nel deserto del Sahara. Ad oggi, una pesante eredità che grava su luoghi di stupefacente bellezza

Quando da Parigi ordinarono l’inizio del test, una vertiginosa nuvola di fuoco e sabbia salì verso il cielo. Impetuosa come una cascata, micidiale e terrificante come solo un’apocalisse creata dall’uomo sa essere.
Lunedì 13 febbraio 1960, ore 7.00 del mattino: una bomba atomica da 70 kilotoni venne fatta esplodere segretamente nei pressi di Reggane, piccola oasi al centro del Sahara algerino. Poco dopo, mentre l’Eliseo festeggiava l’ingresso della Francia coloniale nel club delle potenze nucleari (dopo USA, URSS e Regno Unito), quell’angolo dimenticato di Algeria piombò in un lungo e inquietante silenzio. “Gerboise bleue”, il nome in codice che gli uomini del generale De Gaulle diedero al loro primo test nucleare, venne considerato un successo: «Vive la France!».
Cinquantatré anni dopo, quell’esperimento e i successivi 16 portati a termine dai francesi tra il 1960 ed il 1966, hanno lasciato un segno indelebile nel deserto algerino. A Reggane si registra un’incidenza anomala di tumori, senza contare il danno irreparabile provocato dalle radiazioni sull’ambiente sahariano. Una pesante eredità che grava tutt’oggi su questi luoghi di stupefacente bellezza, ma ancora intrisi di veleni.

Apocalisse nel deserto
La scelta di testare i primi ordigni atomici in Algeria, allora sotto il controllo coloniale francese, venne presa nell’aprile del 1958 dal Primo Ministro Gaillard, sotto la presidenza di René Coty. Ma fu il tanto idolatrato presidente-eroe, Charles De Gaulle, a dare concretamente il via a questa drammatica opera di distruzione.
“Gerboise bleue”, con i suoi 70 kilotoni, era una bomba potente quasi 4 volte quella di Hiroshima (22 kt). Fu la più poderosa esplosione nucleare mai vista al mondo fino a quel momento, di gran lunga superiore a quelle generate da Stati Uniti (“Trinità”, 19 kt), Unione Sovietica (“Soviet RDS-1”, 22 kt) e Gran Bretagna (“Hurricane” 25 kt).
Nella sola zona di Reggane, 600 km a sud di Bechar, vennero fatte esplodere in atmosfera 4 bombe atomiche in poco più di un anno: “Gerboise bleue”, 70 kt (13 febbraio 1960); “Gerboise blanche”, meno di 5 kt (1 aprile 1960); “Gerboise rouge”, meno di 5 kt (27 dicembre 1960); “Gerboise verte”, meno di 5 kt (25 aprile 1961).
Dopo la scoperta dei test algerini e le conseguenti critiche da parte della comunità internazionale, la Francia fu costretta a cessare gli esperimenti atmosferici a favore di quelli effettuati nel sottosuolo, ritenuti a torto maggiormente sicuri. Tredici bombe sotterranee vennero fatte esplodere a partire dal 1962. Una clausola segreta inserita negli accordi di Evian, stipulati con i ribelli algerini del Front de Libération Nationale (FLN), permise alla Francia di continuare ad utilizzare per un periodo di cinque anni le basi del Sahara, anche dopo l’indipendenza del paese.
Nel 1967, Parigi restituì infine all’Algeria tutte le aree utilizzate per provare il suo temibile nucleare militare. Ufficialmente i siti interessati dalle esplosioni vennero ripuliti e accuratamente sigillati. Tuttavia, secondo fonti algerine, la Francia non effettuò mai alcuna bonifica, al punto da ritenere ancora altamente rischiosa la permanenza in quei luoghi di qualsiasi forma di vita.

Sabbia radioattiva
“Danger”, pericolo, recita un vecchio cartello scritto in inglese e in arabo, lasciato come avvertimento ai pochi viaggiatori di passaggio nei pressi del poligono di Reggane. L’area scelta dai francesi come bersaglio per “Gerboise bleue” è disseminata di lamiere contorte e sabbia annerita. Un panorama desolante che maschera la realtà dei fatti: al momento dell’esplosione le aree dei test atomici non erano, come si potrebbe pensare, del tutto disabitate. Eppure le autorità francesi non si preoccuparono degli effetti devastanti che le bombe atomiche avrebbero provocato sugli esseri viventi. Gli abitanti di queste zone remote non avevano infatti a disposizione nessun indumento protettivo, né alcun bunker per ripararsi dalle radiazioni. Ad alcuni venne regalata una collana, una specie di talismano, che altro non era se non un misuratore di radioattività. Vennero considerati nient’altro che delle vittime sacrificali, degli esseri umani da mettere sul conto perdite. Negli anni successivi al 1960 morirono in tanti, altri persero la vista o si ammalarono di malattie acute da radiazioni. Ma un numero preciso delle vittime dei test è ancora impossibile da dare, soprattutto perché dopo la fine dell’era coloniale molti referti medici sarebbero stranamente scomparsi. È quanto ha denunciato nel 2010 il quotidiano algerino El Watan, riportando la testimonianza sconcertante di un dottore: «Dopo il ritorno in patria del personale medico francese, le cartelle cliniche relative agli anni 1962-1978 sono sparite».

Aggressione alla natura
Nel deserto ne sono certi: “Gerboise bleue” continua a diffondere il suo veleno. I rifiuti altamente radioattivi prodotti nei test nucleari, sia atmosferici che sotterranei, sarebbero coperti solo da pochi centimetri di sabbia. Depositi di materiale contaminato, abbandonato dai militari francesi, sarebbero presenti tra le dune. Ma dove? Non si sa, la Francia continua a mantenere segrete le mappe che consentirebbero di individuare le discariche e i depositi di rifiuti radioattivi. Così l’Algeria paga tutt’ora un prezzo altissimo anche in termini di impatto ambientale. Le conseguenze dell’atomica sull’ecosistema sahariano emergono infatti chiaramente dai racconti degli anziani abitanti delle oasi di Tuat e Tidikelt, un tempo fertili e popolate da mandrie di animali. Tutto questo oggi non esiste più. Proprio come nella regione di El-Hamoudia, dove in seguito alle esplosioni la flora è scomparsa, le risorse idriche sono contaminate e persino i cammelli sono stati decimati da malattie incurabili.

Errori e crimini
Il 1 maggio 1962, nel corso del secondo esperimento sotterraneo effettuato della Francia nella località sahariana di Ekker, una nube radioattiva riuscì a fuoriuscire da una galleria scavata appositamente in una montagna. Quando le rocce si aprirono, il mostro nucleare investì in pieno dei soldati semplici, alcuni dei quali vennero colpiti un anno più tardi dal cancro alla pelle. Questo incidente denominato “Beryl” (dal nome in codice del test) coinvolse accidentalmente anche due membri del governo francese. I ministri della Difesa Messmer e della Ricerca Palewsky, vennero anch’essi contaminati. Palewsky morì di lì a poco di leucemia.
Ma “Beryl” non fu l’unica disgrazia capitata nel corso di quelle insensate sperimentazioni. Altre fuoriuscite di gas radioattivo si verificarono durante i test “Amethist”, “Ruby” e “Jade”, contaminando le aree desertiche dell’Algeria tra il 1963 e il 1965. Gli effetti di queste sciagure sulle popolazioni locali, tra le quali vanno ricordati i 280 abitanti di un’oasi non distante da Ekker, rimasero sconosciute.
Incidenti a parte, non tutte le contaminazioni che interessarono gli esseri umani furono impreviste e non volute. Nel 1998, Le Nouvel Observateur ha pubblicato alcuni documenti riservati nei quali vengono spiegate le finalità di “Gerboise verte”, l’ultimo test atmosferico effettuato dai francesi in Algeria (25 aprile 1961). Secondo il giornale si trattò di «esperimenti tattici», ovvero l’immediata simulazione, dopo le esplosioni, di manovre di attacco e di difesa per «studiare la rioccupazione delle posizioni interessate da una esplosione nucleare». L’obiettivo di quelle esercitazioni era chiaro: «studiare gli effetti fisiologici e psicologici prodotti sull’uomo dalle armi nucleari». La conferma a ciò sembrerebbe data dalla minuziosa descrizione dei risultati ottenuti dai trecento soldati francesi utilizzati nelle manovre. Dettagli che generano non poco sconcerto.
Subito dopo l’esplosione, decine di tecnici e militari vennero infatti mandati a recuperare gli strumenti di misurazione delle radiazioni sepolti nella sabbia. «Gli uomini percepiscono chiaramente i danni dell’esplosione», si legge nei documenti, «ma sono comunque in grado di continuare a combattere nella misura in cui il loro morale non è stato influenzato dalla conoscenza del pericolo». Il ritmo delle manovre «viene ridotto del 50%». Un altro problema evidenziato: «La maschera antigas complica le comunicazioni. Si deciderà se usarla o meno in un conflitto». A margine, una nota importante: «Il comandante non deve penetrare in aree contaminate».
Nel febbraio del 2010, il giornale Le Parisien ha reso noti alcuni estratti di un rapporto top secret dal titolo “Genesi dell’organizzazione degli esperimenti nel Sahara”. Un faldone di duecentosessanta pagine scritte da un ufficiale anonimo e timbrate con la sigla “confidenziale”, che ricalcano la stessa agghiacciante versione dei fatti: alcuni soldati francesi sarebbero stati esposti, per ordine del loro stesso comando, agli effetti dell’atomica. Non è tutto. Seppur già ampiamente sconcertante, la documentazione mostrata da Le Parisien non sarebbe che la punta dell’iceberg. Il sottotitolo del rapporto indica infatti che si tratta solo del “Volume I”. «Ci sono altri volumi negli archivi del Ministero della Difesa?», si è chiesto il quotidiano. Una domanda che non ha sortito alcuna risposta ufficiale. Il segreto militare apposto su tutta la documentazione relativa agli esperimenti condotti nel deserto algerino è funzionale a nascondere la verità, almeno fino al 2040.

Esperimenti letali
Militari francesi, nomadi sahariani e indipendentisti algerini: colonizzatori e colonizzati, tutti accomunati dalle atrocità provocate del nucleare militare.
Nel sud dell’Algeria, medici e ONG continuano a denunciare il ripetersi di malattie sospette. Affezioni pressoché sconosciute in questi luoghi prima che la radioattività contaminasse le sabbie del deserto.
Il cancro alla tiroide, alla pelle, ai polmoni, al seno, le leucemie e le malformazioni di neonati sono ormai all’ordine del giorno tra le famiglie sahariane. Quasi 150 casi di tumore sono stati diagnosticati nel solo piccolo villaggio di Reggane dal 2000 al 2009, mentre nel 2010 a Timimoun è stata addirittura segnalata la nascita di un ciclope. Prove inequivocabili secondo i medici del posto, che ora temono la trasmissione da una generazione all’altra dei segni della “peste” atomica. «Una delle cose che ci ha colpito a Reggane», ha dichiarato al Currier International il dottor Moustapha Oussidhem, «è il numero dei malati di mente. Intere famiglie ne sono colpite perché, ci viene detto, il padre lavorava vicino al luogo dell’esplosione e impazzì a causa dello shock».
Servirebbe soprattutto un registro tumori per monitorare l’incidenza della malattia nelle regioni sahariane, ma per ora nulla è stato fatto in questo senso. Anzi, a causa della povertà diffusa, spesso chi si ammala non viene portato nemmeno in ospedale dai propri familiari. Algeri è lontana 1800 km ed in molti, in troppi, soffrono e muoiono ancora in silenzio.
Ma anche in Europa ci si ammala per lo stesso motivo. In Francia, migliaia di veterani ritengono di essere stati contaminati dalla radioattività e chiedono al governo il riconoscimento delle patologie sviluppate dopo le sperimentazioni nel Sahara. Un collegamento probabile quello tra i test nucleari e le malattie, ormai prossimo a diventare una certezza.
Centocinquantamila persone, tra militari e civili, sono stati esposti direttamente o indirettamente alle radiazioni nelle 210 esercitazioni svolte dalla Francia, tra il 1960 e il 1996, nel Sahara e in Polinesia.
Uno studio realizzato tra i 4800 membri dell’associazione AVEN (Association des Vétérans del Essais Nucléaires) ha dimostrato che il 35% dei veterani che combatterono nel sud dell’Algeria si è ammalato di cancro, il 55% di altre malattie gravi e solo il 10% pare non avvertire conseguenze sulla propria salute. Inoltre, anche il 17% dei discendenti di quei soldati avrebbe sviluppato delle patologie legate alla radioattività.

 BioEcoGeo Magazine, luglio-agosto 2013